Fini cita Sciascia in modo parziale e grossolano

IL GIORNO DELLA CIVETTA
“Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, chè mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…”( da “Il giorno della civetta” di Leonardo Sciascia Ed.Einaudi, 1961).
Queste sono le parole che il siciliano don Mariano Arena, semianalfabeta, capomafia potente e spietato rivolge al “continentale” capitano Bellodi, emiliano di Parma, giovane, colto, ex partigiano, destinato ad una carriera di avvocato, ma rimasto in servizio in nome di alti ideali di giustizia. Due mondi a confronto, senza alcuna possibilità di mediazione o di conciliazione.
A Milano la sinistra al caviale sonoramente trombata

Gauche Caviar
Anche al più sprovveduto tra i lettori non sarà sfuggito che, pur nella confusione della politica italiana, la vera ragione dello strappo di Fini non è l’egemonia di Berlusconi padre padrone del PDL bensì il federalismo di Bossi.
Si sta radicalizzando lo scontro tra Nord e Sud da tempo sollevato da Bossi ed ora rinfocolato da chi vorrebbe un partito del Sud sotto le cui insegne continuare a mungere la vacca nordista.

Per più di un mese, la politica italiana ha atteso che “l’oracolo” parlasse e finalmente Fini ha parlato, per 1 ora e 20 minuti , domenica 5 Settembre a Mirabello, senza nulla aggiungere a quanto già si sapeva.
Non ha, per ora, annunciato la fondazione del suo nuovo partito, ma è chiaro che lì si dovrà arrivare . Gabbato come un pollo dal Cavaliere che gli ha tolto un partito dandogli in cambio una poltrona, prestigiosa fin che si vuole ma pur sempre una poltrona e per giunta “a termine”, Fini non ha saputo resistere alla sua smodata ambizione , ha arraffato la terza carica dello Stato senza pensarci su, fintanto che, a mente fredda, ha realizzato di aver fatto un pessimo affare.
Macché co-fondatore del PDL, l’unico fondatore è stato Berlusconi, dal predellino in Piazza San Babila, la qual cosa è sempre stata nel gozzo al Presidente della Camera, che ha giurato di fargliela pagare , cosa che sta facendo da circa un anno. Peccato, perché una maggioranza tanto solida in Parlamento non s’era mai vista ed il quinquennio di governo del centro destra avrebbe potuto essere una sorta di età dell’oro per l’ Italia.
Berlusconi “vede” le carte di Fini e perde la posta.
Il 4 Agosto si è giocata la partita decisiva per il governo Berlusconi. La mozione di sfiducia al sottosegretario Caliendo è stata respinta, come da copione, ma ciò che contava veramente era la verifica dei voti su cui può fare affidamento la maggioranza e la verifica è andata male per il Cavaliere.
Facciamo due conti…
“E radunarono i re nel luogo che in ebraico si chiama Harmaghedon”
Apocalisse 16,16
Lo scontro finale tra Fini e Berlusconi si è compiuto con la secessione (c’è chi dice la cacciata) di Fini e dei suoi dal PdL e il destino del centro-destra è oggi quanto mai incerto.
E’ da circa un anno che Gianfranco Fini cerca di disarcionare il Cavaliere, da quando s’è accorto di non avere più né un esercito (Alleanza Nazionale) né i suoi colonnelli. Pur avendo un ruolo di altissimo prestigio istituzionale non ha più un ruolo politico.